lunedì 22 agosto 2016

Burkini sì, burkini no.


Burkini sì, burkini no.

Con la mia proverbiale mancanza di tempismo, mentre ormai l'argomento sta svaporando, volevo dire una cosetta (lasciando perdere il fatto che quando vengono fuori temi troppo scottanti, tipo se l'Italia zitta zitta non stia già facendo un pochetto di guerra in Libia o cose del genere, subito vien fuori qualche argomento un po' meno fondamentale a riempire i media e spostare l'attenzione).

Premetto che del costume in quanto tale non me ne frega una cippa, ma mi scappa una considerazione più generale sulle motivazioni che stanno dietro il divieto e sulla coerenza tra divieto e motivazioni.

Se quelli a favore del divieto avessero il coraggio di dire chiaramente che gli stanno sul culo i musulmani e non li vogliono in spiaggia, il divieto sarebbe, per lo meno, coerente con la (becera) motivazione.

Invece, siccome suona brutto ammettere da un lato di essere razzisti e dall'altro di avere paura che le donne musulmane nascondano una bomba sotto il costume (ehm… dove?!?!), viene data più rilevanza a  una motivazione politicamente corretta che recita che è inaccettabile che le donne musulmane non possano anche loro tirare fuori liberamente la loro cellulite sul bagnasciuga.

Perciò, per protestare contro il maschilismo di certa parte del mondo musulmano, sarebbe giusto vietare il burkini.

Nonostante la mia laurea in legge dorma dimenticata in un cassetto, mi risulta impossibile non ricordare a me stesso che in una società civile, laica e democratica si può vietare qualcosa solo se questa cosa è pericolosa e/o se da questo divieto deriva un vantaggio per qualcuno.

Se vieto di fumare in luogo chiuso, voglio preservare dal fumo passivo. In effetti se nessuno fuma, nessuno respira il fumo e ho preservato la salute. Ok, non fa una piega. Divieto good!

Ma se vieto il burkini perché degradante, otterrò che la donna musulmana vada al mare con un costume "occidentale"? Chiaramente no. Al contrario, la donna musulmana che prima riusciva ad andare al mare, sia pure coperta da uno scafandro (come le nostre bisnonne), al mare non ci andrà più.

Il divieto non ottiene lo scopo. Giuridicamente è una michiata perché fa un danno peggiore. Divieto bad!

Però… nei fatti si svuotano le spiagge di molte famiglie musulmane. Perciò il divieto risulta utile non alla donna musulmana bensì allo xenofobo a cui stanno sul culo i musulmani, che ottiene il suo scopo senza neppure esporsi a dire quello che pensa realmente.

Guarda un po'.

Ripeto, del costume non mi frega niente e sono convinto che le ossessioni sessuofobiche abbiano ben poco a che vedere con le religioni (cattolica un tempo, musulmana oggi), quanto piuttosto con le tradizioni dei popoli e con la volontà di tenere sottoposte le donne.

È che mi danno fastidio le ipocrisie e le false motivazioni dietro cui ci si nasconde per scatenare guerre, opprimere popoli, affamare operai, lasciare affogare disperati, segregare deboli.

Detto questo, potete serenamente uscire a caccia di Pokemon!



MUSSULMANE DI FINE 800
 

 

martedì 3 novembre 2015

EXTASIA tra i candidati del Premio Strega Ragazzi

"Extasia" è stato inserito tra i candidati nella sezione adolescenti del Premio Strega Ragazzi.

L'elenco dei romanzi in gara lo potete trovare qui:
http://www.premiostrega.it/PSR/libri/


Da quest'anno, infatti, accanto al tradizionale Premio Strega e al Premio Strega Giovani, è stato indetto per la prima volta anche il Premio Strega Ragazzi, articolato in due sezioni: bambini e adolescenti.
Una giuria tecnica sceglierà a breve la cinquina dei romanzi finalisti, che verranno sottoposti al vaglio di una giuria popolare composta dai ragazzi di numerose scuole della penisola.
"Extasia" concorre con romanzi editi dalle più importanti case editrici italiane (Mondadori, Feltrinelli, ecc.) per cui sarà durissima. Di fatto, al di là del valore del romanzo (che spetta ai lettori decretare), sono consapevole che si tratta di un tentativo piuttosto velleitario.

Ma noi - io e quelli della Leone - siamo stati abbastanza matti da volerci provare :-)
Confesso che avevo delle perplessità, perché Extasia non è stato pensato e scritto "appositamente" per i ragazzi.

La mia casa editrice, però, è convinta che la storia possa piacere anche a un pubblico di lettori adolescenti e per questo ha insistito. 

Che vi devo dire? Chi vivrà vedrà! :-) 



martedì 16 giugno 2015

"Ma si guadagna scrivendo?"


È una domanda che, prima o poi, mi fanno quasi tutti: "ma guadagni scrivendo?".

La risposta è no (o meglio: molto poco).

E allora parte il sorrisino. "Ah… ecco… quindi lo fai per hobby…".

Per hobby un par di palle! Nella scrittura ci sono le mie migliori energie, la mia creatività, la fatica e la costanza, i dubbi e le paure, la speranza e l'esaltazione. Ci sono ore rubate al sonno, ci sono appunti e prime stesure, ci sono revisioni e riscritture. Col cavolo che si può definire hobby.

Hobby è collezionare figurine o coltivare gardenie sul balcone (e anche attività come queste richiedono energie e passione, per cui, personalmente, mi guardo bene da liquidarle con un sorrisino!).

Scrivere, per molti versi, è più faticoso che andare in ufficio. Solo che in questo paese il lavoro creativo non viene considerato lavoro. Salvo poi essere costantemente affamati di quello che i creativi producono: musica, storie, film, immagini, danza e quant'altro. I creativi nutrono il tempo libero della gente. Che è per definizione il tempo più felice. Ma stupisce che ambiscano a essere pagati.

Curioso…

"D'altronde non te lo ordina il dottore di scrivere, no?"

Vero. Ma il dottore non ordina neppure a te di andare al cinema, a un concerto, di ascoltare musica in macchina, di guardare video su you tube, di scaricare una bella immagine come sfondo del pc, ecc. Non te lo ordina però lo fai e ti piace farlo e ti senti bene quando esci da un cinema in cui hai visto un bel film, da un pub in cui qualcuno suonava buona musica, da una mostra fotografica che di ha dato emozioni.

O magari quando poggi il tablet su cui hai scaricato un libro piratato, che non hai pagato.

"Ma io ho fregato il sistema… l'editore… mica te!"

Ah ecco! Perché è normale che io non riceva nulla per aver scritto la storia che ti è piaciuto leggere.

Però se qualcuno non pagasse te per il tuo lavoro di ufficio o per il tuo lavoro in studio o per il tuo lavoro da artigiano, tu ti rivolgeresti a un avvocato per fargli causa. Ovviamente.

Io invece no. Io devo essere contento che tu legga (gratis) il mio libro.

Curioso…

Perché, per esempio, uno stupido lavoro di ufficio (molti lavori d’ufficio sono stupidi, non prendiamoci in giro) vale di più del lavoro di scrittura?

Negli ultimi anni ho pubblicato con una certa regolarità romanzi, racconti, articoli e quello che scrivo è stato letto e chi pubblica continua a chiedermi altre cose da pubblicare. Le richieste e le occasioni non mi mancano; mi mancano piuttosto tempo ed energie per star dietro a tutto quello che potrei fare. Questo, credo, significhi qualcosa.

In un mondo normale (o forse solo in un altro paese) questo significa che sai scrivere, che c'è chi trova interessante leggerti e che, quindi, puoi fare lo scrittore.

Invece in questo mondo strano in cui viviamo devo scrivere di notte, devo dire "grazie" quando qualcuno mi legge e mi devo sentir dire che ho un hobby interessante.

È così, c’è poco da fare.

Vi chiedo solo un favore: per lo meno non fate il sorrisino!

LAVORO CRE... CREA... CHE???

mercoledì 27 maggio 2015

PAPA' TASSISTA (notti di attesa in parcheggi deserti)


Figlio Grande è Altrove con il gruppo teatrale della scuola. Rappresentazione prevista in serata. Quindi, papàtassista si deve mettere l'animo in pace: toccherà uscire a notte fonda per andare a recuperare Figlio Grande davanti a scuola, dove lo scodellerà il pullman che porta in giro i teatranti.

"Dovremmo arrivare verso le undici e mezza", ha detto Figlio Grande al cellulare.
Papàtassista poco dopo le undici saluta moglieschiantatadisonno, le dà il bacio della buona notte, si infila la fida giacca verde militare ed esce. Sotto casa la Punto nera arabescata di graffi e bozzi di varie forme e dimensioni dorme di fianco a una supponente Mercedes lavata di fresco. Papàtassista preme il bottoncino sulla chiave. La Punto risponde "bip" e batte gli occhi/fari svegliandosi infastidita.

"Anche stasera dobbiamo uscire?", chiede la Punto con voce impastata di sonno.
"Eh sì…", risponde l'uomo con la fida giacca verde militare.

"A che ora arriva?"

"Ha detto alle undici e mezza…"
"E tu gli credi?"

"Fai meno la spiritosa e vedi di metterti in moto!"
Brummmm, brummmm. L'uomo sistema lo specchietto, regola la distanza del sedile, accende i fari, recupera la mascherina della radio, la incastra nell'apposito spazio, accende e inizia a far manovra.

Dalla radio esce la voce nasale e lamentosa di Ramazzotti. Ecco, ci mancava solo lui! Papàtassista guida e intanto scorre i canali. Radio Deejay con i suoi conduttori dall'accento milanese, sempre "troppo simpaticissimi". Clic. Un'Anna Oxa d'annata a Radio Italia. Clic. Inevitabile Radio Maria. Clic. Finalmente un pezzo decente. Sade: Smooth Operator.
La Punto si rilassa, l'uomo guida in punta di dita attraverso la città semi deserta. Luci gialle, poche auto, qualche passante frettoloso, un ragazzo di colore su una bici scassata che ondeggia pericolosamente.

La scuola è in periferia, appoggiata alla tangenziale, nel quartiere che fu feudo di Savinuccio Parisi. Malavita seria, mica rubagalline improvvisati. Davanti alla scuola il palazzetto dello sport in cui di tanto in tanto fanno i concerti. Tra i due edifici un grande parcheggio senza nemmeno una macchina. È lì che la Punto va a fermarsi. Con un sospiro meccanico si spegne.
Papàtassista comincia a preoccuparsi. Perché non c'è nemmeno un altro genitore in attesa?

L'uomo con la giacca verde militare guarda la scuola immersa nel silenzio. Un parallelepipedo anonimo senza alcuna attrattiva. Brutta come sono brutte tutte le scuole costruite in questo Paese dagli anni sessanta in poi. Roba tirata su in fretta con pannelli prefabbricati. Basterebbe questo a testimoniare quanto poco interessi a questo Paese la formazione dei suoi ragazzi. Riforme su riforme che pasticciano precedenti riforme pasticciate. Con l'unico, inconfessabile, scopo di ridurre i costi dell'istruzione. All'uomo con la giacca verde militare girano a trottola i "cosiddetti", quando sente sproloquiare in TV di: "inglese & informatica". A parte che magari venissero  insegnati in modo decente l'inglese e l'informatica, non è per quello che rinchiudiamo i nostri figli in questi brutti edifici. Dovrebbero star chiusi lì dentro per imparare a pensare, a ragionare, per imparare cosa è bello, cosa è giusto, perché sviluppino la loro creatività.
E questi parlano di inglese, di informatica, di essere pronti per "il mondo del lavoro". Questi sognano in realtà una generazione di impiegati e operai ignoranti che lavorino senza protestare, quando invece le sfide del millennio si giocano sulla capacità di innovare, di ripensare, di ottimizzare, di essere creativi, di produrre cultura.

L'uomo nella Punto, che nel frattempo si è riappisolata, beata lei, si incazza a pensare a queste cose e intanto il tempo scorre e il parcheggio resta deserto.

Squilla il cellulare. È Figlio Grande. L'uomo si illude chiami per dire che stanno arrivando, invece sente in sottofondo confusione e rumore di stoviglie. Gli cascano le braccia.
"Papà, purtroppo abbiamo finito solo poco fa e ora siamo in pizzeria per mangiare qualcosa prima di rientrare".

Ma porca di una porca di una porca miseria!
Naturalmente non è stato possibile avvisare prima (magari prima che questo sfigato con la giacca verde militare uscisse di casa), naturalmente ci ha provato, ma "non c'era campo" (ma chi l'ha detto che ormai gli operatori telefonici coprono il 99% del territorio nazionale e, se è vero, perché i figli si muovono sempre e soltanto in quell'1% del territorio nazionale non coperto dal segnale?), naturalmente gli dispiace molto, naturalmente non saranno a Bari prima di un'ora, un'ora e mezza.

"Ciao… chiudo che arrivano le pizze!"
L'uomo scende dalla Punto nel parcheggio deserto e va avanti e indietro in mezzo al nulla per smaltire il nervoso. Poi rientra in macchina. La Punto finge di dormire, ma si capisce che sta ridacchiando. All'uomo verrebbe voglia di mettere in moto e cominciare a sgommare in tondo per il parcheggio, per farle girare la centralina elettronica, così impara a sfottere.

Tocca mettersi tranquillo, tocca aspettare.
L'uomo ascolta la radio. Passa a raffica una serie di stazioni senza quasi capire cosa trasmettano. A un certo punto si ferma e canta mezza "A te" insieme a Jovanotti, poi riprende a girare e manda al diavolo un deejay troppo simpaticissimo, salta al volo un rosario su Radio Maria, muove la testa a tempo con un vecchio pezzo hard rock su Virgin Radio.

Poi l'uomo si rifugia nello schermo dello smartphone. Dà un'occhiata a facebook, poi a twitter, poi alle notizie del giorno sul sito de La Repubblica, ma la linea è troppo lenta e le pagine ci mettono un sacco a caricare. Allora si mette a giocare con la fotocamera, fotografa il parcheggio deserto, fotografa la luna, si fotografa la faccia stanca nel buio. Mamma mia come sembra stanca e vecchia la sua faccia in foto. Così cancella tutto, mette da parte lo smartphone (robaccia cinese che scalda come un ferro da stiro), incrocia le braccia e sbuffa.
"L'una meno dieci…" mormora l'uomo.

"Non doveva arrivare alle undici e mezza?" canzona una vocetta.
"Una volta o l'altra faccio il pieno con la nafta invece che con la benzina" ringhia l'uomo.

La Punto capisce che non è aria e torna a fare l'automobile. E le automobili, come è noto, non parlano.
Ma ecco che cominciano a comparire alcune auto che si fermano, una qui una là, nel grande parcheggio. Con ogni evidenza sono genitori di altri ragazzi del gruppo teatrale che, avvisati per tempo da pargoli con cellulari misteriosamente capaci di trovare campo, hanno evitato di passare un'ora e mezza seduti in mezzo al nulla a pochi passi dalla tangenziale in quello che fu il Regno di Savinuccio Parisi.

All'una precisa, quasi muso a muso con la Punto arabescata di graffi, si ferma una macchinetta fichissima da cui scende una mamma ancora giovane inguainata in jeans che forse sono tatuati, con una giacchettina di pelle e occhiali portati a mo' di fermacapelli su capelli che gridano parrucchiere alla moda a gran voce. La donna con tutta evidenza si ritiene strafighissima perché si poggia in posa plastica contro la macchinetta, sciorina una sigaretta sottile, la accende con mosse studiate e si mette a fumare che neanche Greta Garbo nei film del muto.
Ogni tanto, come per caso, la strafighissima butta un'occhiatina verso papàtassista  giusto per vedere se sta guardando. Che gusto c'è, infatti, a recitare da strafighissima senza pubblico?

Dalla penombra circostante compare, come dal nulla, un papàstrafighissimo, con pochi capelli, un po' di pancia, ma passo fermo, sorriso sicuro, maglioncino di marca poggiato sulle spalle come mantello di Superman e iphone in mano (mica cellulare cinese che scalda come un ferro da stiro!). Abborda la strafighissima con una battuta ben studiata e lei ride, buttando indietro la testa. Inizia un balletto con coreografia collaudata. È una scena che a papàtassista sembra di avere già visto un milione di volte.
Papàtassista riflette per l'ennesima volta che lui non è proprio fatto per queste cose. Non è neanche questione di essere sposati. Anche se fosse single non sarebbe capace lo stesso. Si sentirebbe ridicolo ad andare a eseguire la danza rituale che stanno danzando i due strafighissimi di fronte a lui. Gli verrebbe da ridere e rovinerebbe tutto.

Intanto eccolo! Dietro i due commedianti spuntano i fari potenti del pullman. I teatranti sono tornati.

Il pullman si ferma davanti alla scuola, i due strafighi a malincuore interrompono il rituale di pre-accoppiamento. Ragazzi e ragazze scendono, si salutano fra loro.
La Punto capisce che è ora di riscuotersi. Brummmm brummmm. Sbadiglia e sbatte i fari.

Figlio Grande, con il suo inconfondibile ombrello di capelli che non conoscono la mano di nessun parrucchiere (né alla moda né non alla moda), si materializza nel riquadro del finestrino con l'aria tra l'assonnato e il preoccupato. Ha paura che papàtassista gli spari un pippone da papàincazzato per il fatto che non l'ha avvisato per tempo del ritardo. Infatti si siede in macchina e comincia subito a giustificarsi.
Papàtassista fa finta di niente. Chiede come è andato lo spettacolo.

La Punto scassata percorre le strade deserte di quello che fu il Regno di Savinuccio Parisi.
Nello specchietto retrovisore i fari di una macchinetta strafighissima. Dentro c'è una mamma strafighissima con accanto qualche figlia sicuramente anche lei strafighissima.

Papàtassista guarda con la coda dell'occhio Figlio Grande con i suoi jeans, i capelli assurdi e la faccia da bravo ragazzo. Nessuno di loro due correrà mai il rischio di diventare uno strafighissimo con il maglioncino di marca portato sulle spalle come il mantello di Superman.
All'uomo con la giacca color verde militare scappa nella penombra un involontario sorriso.

Figlio Grande non se ne accorge. Tranquillo perché ha scampato la possibile sfuriata, pasticcia col suo smartphone. Non è esattamente robaccia cinese che scalda come un ferro da stiro, ma quasi.
La Punto canticchia tra sé e sé.

Papàtassista tende l'orecchio: è " Smooth Operator " di Sade.

 
CERTI COLORI PER LE AUTO DOVREBBERO ESSERE VIETATI PER LEGGE...

 

martedì 12 maggio 2015

"STRONZISSIMI VECCHIETTI"


L'altro giorno sono andato a sfogliare "Luisa ha le tette grosse", il mio secondo romanzo pubblicato con Leone Editore e l'occhio si è fermato su una delle "famose" lettere che Angelo, il protagonista, impiegato frustrato, scrive (senza poi spedirle) per proprio sfogo personale.
 
Nel caso di specie una risposta agli anziani di una Università della Terza Età che hanno fatto richiesta di effettuare una visita dell'azienda.

 

“Stronzissimi vecchietti

siccome non bastavano i marmocchi a sfracellarci le palle con le loro gite scolastiche mascherate da visita di istruzione vi ci siete messi anche voi, ma bravi!

Ma è mai possibile che non abbiate nessun altro modo più interessante di passare le vostre giornate? Non dico portare ai giardinetti i nipoti, che capiamo benissimo sia una rottura di coglioni mondiale ma, per esempio, andarci da soli ai giardinetti, a guardare il culo delle baby sitter o, in subordine, le tette ballonzolanti delle studentesse che fanno jogging!

Siete proprio sicuri che vi interessi passare due ore a girare in un posto maledettamente simile ai merdosi uffici e ai fetenti capannoni in cui vi siete rotti la minchia per tutta la vita?

Premesso che la vostra presenza nei nostri corridoi ci fa piacere più o meno come infilare i testicoli nel frullatore e farlo partire alla massima velocità, se proprio non se ne può fare a meno in quanto - per palese malevolenza nei nostri confronti - avete deciso di venire lo stesso, con la presente vi confermiamo che il giorno 20 del c. m. le porte della nostra azienda non risulteranno sbarrate e che nessuna guardia giurata all’ingresso vi caccerà fuori a calci nei vostri molli deretani, per cui potrete allegramente accedere e venire a tartufarci i maroni.

Nell’occasione, con non poco sforzo, porgiamo i nostri più Distinti saluti”.

 
 
 
(Sfogo che, nel romanzo, gli costerà caro…)
 


VECCHIETTI A CHI???

 


 

mercoledì 29 aprile 2015

EAP Editori a Pagamento, ma non solo


Prima di cominciare a pubblicare (non a pagamento) ho rifiutato, con fastidio, molte proposte di EAP.

Pur ancora convinto che pubblicare a pagamento sia sbagliato e significhi nel 99% dei casi buttare via un po' di soldi per "giocare a fare lo scrittore", con l'aumentare della mia consapevolezza di come funziona il mondo dell'editoria in questo paese, anch'io mi sto convincendo che l'EAP sia solo UNO dei problemi del sistema e non IL problema per eccellenza, come credevo un tempo.

A parte il fatto che il proliferare della realtà dell'auto-pubblicazione (alla portata di tutti con "Amazon" o "Il mio libro") può erodere non poco il pubblico dei "clienti" degli EAP (specie se si tratta di aspiranti scrittori giovani e informatizzati), se anche domattina sparissero magicamente tutti gli EAP, non per questo il sistema editoriale italiano diventerebbe virtuoso e premiante per gli scrittori dotati di talento.

La selezione dei testi da pubblicare da parte di editori piccoli e grandi risente sempre di più dell'imperativo di vendere, vendere, vendere, per cui troppo spesso non sono la qualità, il talento e l'originalità a essere premiati (anche se, per fortuna, si pubblicano ancora diversi buoni romanzi). Che poi, a volerla dire tutta, è un problema a due facce. Da un lato gli editori propongono troppo spesso cazzatine di facile lettura, dall'altra molti lettori comprano solo cazzatine di facile lettura.

Qualcuno in vena di analisi sociologiche da sala d'attesa del dentista, direbbe che è la società in cui viviamo a essersi culturalmente impoverita, anche grazie a decenni di televisione orripilante e film sempre più banali. Il tutto in mancanza di un serio contraltare, scuola compresa: agenzia educativa in caduta libera. Per cui l'Editoria è semplicemente lo specchio della pochezza culturale della società.

Sia quel che sia, è di tutta evidenza che oggi una stellina della Tv con una biografia pruriginosa o un calciatore analfabeta hanno molte più probabilità di approdare in libreria di me o di voi.

Dopo di che, se è vero che è molto difficile per chi pubblica con i piccoli editori arrivare nelle librerie, la realtà è che anche arrivarci può non contare moltissimo. Ho avuto modo di parlare con autori pubblicati da Mondadori, Feltrinelli % Co. che, alla fine, non hanno venduto molto più (se non addirittura meno) di quello che ho venduto io che pubblico con un piccolo editore (molto ben distribuito, a dire il vero). Per il semplice fatto che i loro romanzi non hanno beneficiato di promozione, fosse anche intesa banalmente come un posto ben in vista sugli espositori della libreria (che nelle grosse librerie spesso si pagano, ricordatevelo).

Quello che fa vendere i libri, nel 99% dei casi (salviamo un 1% di casi di libri che diventano popolari tramite il misterioso fenomeno del passaparola), è: A) il fatto che l'autore sia un personaggio famoso o B) un importante investimento promozionale.

Ogni anno vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Quante concrete possibilità ha un autore che cerca di promuoversi coi propri mezzi (e cioè con qualche presentazione e la presenza sui social network) di vendere più di qualche centinaio di copie? Pochissime.

Il lettore più accanito non può arrivare a leggere che qualche decina di titoli l'anno. Con ogni probabilità finirà per pescare le sue letture tra quel centinaio di titoli di cui "si parla", cioè che vengono proposti  in TV o sui giornali o sui blog più importanti. Capiterà anche che legga qualche "sconosciuto", ma raramente.

Una realtà che l'aspirante scrittore deve focalizzare. Per non crearsi aspettative irragionevoli.

Possibili soluzioni? Sono troppo cinico se dico: "realisticamente nessuna"?

A meno di ritrovarsi a essere l'autore di quell'uno per cento di romanzi che, misteriosamente, riescono a girare lo stesso, nonostante la mancanza di investimenti promozionali, grazie al "passaparola" (che deve pur sempre essere innescato e sostenuto da blog e da lettori che su internet hanno un certo seguito e una certa credibilità e, quindi, pur sempre da un'attività di promozione, sia pure non pagata).

Ah, dimenticavo un "piccolo" particolare: sarebbe preferibile che il romanzo che si cerca di mettere in luce non faccia esattamente schifo.
 
PAPA' HO UN'IDEONA! FACCIO I SOLDI CON I LIBRI!!!
 

mercoledì 22 aprile 2015

IL TEMPO


Il tempo è uno strano strumento: suona, ma non ha note.

Il tempo è silenzio da modulare; si piega ai fatti e alle circostanze.

Il tempo è una coperta bagnata di pioggia che aderisce al corpo e pesa, ma anche soffio di vento che solleva un delicato, leggerissimo velo.

Il tempo è soprattutto emozione.

Un minuto può essere eterno e un giorno un frullare d’ali.

Non c’è modo di accettare che un minuto abbia sempre la medesima lunghezza; che un giorno sia sempre uguale a se stesso.

Gli orologi ci provano a convincerci, ma è dura credergli. L’evidenza delle emozioni li smentisce. Gli orologi sono burloni e scorretti: rallentano e accelerano di nascosto, a nostra insaputa, per pura cattiveria.

Quando soffriamo quasi si fermano, in perfido ascolto.

Quando siamo felici corrono, fuggono, rubano ore a piene mani, ficcano mattine e pomeriggi e notti in un misterioso sacco che poi interrano ai piedi di un castagno, nel bosco.

Questo cercano gli gnomi delle foreste: i sacchi pieni del nostro tempo felice, dei minuti sottratti, delle ore trafugate, dei giri di lancette saltati, dei ticchettii che non hanno mai risuonato, del vibrare di pendole che han scordato di battere e dello zufolare di cucù afoni e immobili.

Li portano nelle loro caverne umide e tristi e ne slegano le bocche serrate, le spalancano e lasciano fluire il tempo della felicità degli esseri umani e lo respirano, se ne riempiono i polmoni, come tossici che aspirano i vapori di qualche droga impalpabile e mortale.

Il tempo è uno strano compagno, sempre al nostro fianco, dal primo vagito all’ultimo rantolo, senza mai esserci davvero amico, senza mai essere complice.

Il tempo disegna rune sul cuore, segni misteriosi di paura e dolore.

Il tempo colora d’arcobaleno i pensieri, marchi indecifrabili di felicità passeggere.

Il tempo è uno strano strumento. Ha una musica priva di note.

Non c’è modo di imparare a suonare.

 
EHM... MI SONO AVANZATI "UN PAIO" DI PEZZI...